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Ma chi diavolo me lo ha fatto fare? No, davvero, perché mai mi è venuta la malsana idea di fare l’università? Va bhè, ormai il danno è fatto, la frittata è impiattata, tanto vale mangiarla. Senza vomitare, possibilmente.
Oggi è lunedì, e come tutti le persone dell’emisfero occidentale sanno, è proprio in questo giorno propizio alla caduta dei meteoriti sulla steppa russa, che si iniziano le cose. Le diete, le relazioni, le maratone e la ricerca di se stessi. Io oggi ho ricominciato ad andare in aula studio. Per studiare (anche se avrei preferito rimorchiare. A quest’ora sarei con qualche centone in tasca e la mandibola intorpidita).
La sveglia suona prestissimo. La posticipo di otto minuti, anche se la vorrei posticipare di otto anni. Mi alzo, alla fine. Mi vesto come un piccolo hipster in down ed esco per andare al bar a fare colazione (noi gente di collina non abbiamo la cucina e ci tocca servirci dei ristoranti o dei caffè). Prendo il piccolo e scassato bolide azzurro, infilo le cuffie e mi dirigo spensierato come Artù quando viene trasformato in pesce, verso l’aula studio sita nel Bronx. Arrivo con qualche minuto di anticipo, è ancora chiusa. Questa cosa in fondo mi rincuora, perché vuol dire che troverò un posto semi decente (ma mi illudo). Ci sono più tavoli rispetto all’ultima volta che ci sono andato (che risale più o meno al 1963). Scelgo un posto che dia le spalle alla porta, così non vengo distratto dalla gente che entra ed esce. Le sedie sono di una scomodità assurda: sono di quelle che sono collegate al tavolo con un cazzetto “mobile”. Sono in discesa e io, che sono alto due metri, mi trovo sempre a dare delle ginocchiate a la ragazza che ho davanti. Ecco, parliamo delle persone che popolano questa dimensione parallela. C’è la delegazione straniera, che in genere si colloca nel semi interrato. Poi ci sono le fighe di legno che si sono appena fatte lo sbiancamento anale, che stanno dove sto io. Ovviamente. Alcuni bonididio (etero, si intende) si aggirano in cerca della loro figa di legno o di un posto dove far finta di studiare e così autoconvincersi che i soldi che il loro paparino spende non vengono proprio buttati tutti in benzina e cocaina (come invece accade).
Essendo una delle aule studio più grandi dell’emisfero australe, è normale che incontri persone che conosco o che non vorrei conoscere, ma che invece conosco. Il figlio d’Apollo fece una palla di pelle di pollo. E nell’ordine vedo: un mio vecchio compagno delle elementari, con il quale chiacchiero un po’ fuori e dentro l’aula studio (studia medicina e mi stupisco del suo stile super rock & roll un po’ da servizio di moda, molto top); un ragazzo che veniva alle medie e al liceo con me (molto carino - etero, vedete? - che saluto alle macchinette quando decido che voglio farla finita ingerendo una brodaglia simile alla sborra di un gatto morto che loro chiamano caffè); il fidanzato (o forse ex, non so) di un mio compagno di università, che si accompagna a degli sgorbi con vagina, alti un metro e un barattolo, che abbraccia e fa sedere sulle sue possenti ginocchia da gay attivo (mi riconosce - io non passo di certo inosservato - ma fa finta di niente e non mi saluta. Cosa che non faccio nemmeno io. E’ frocio!)
Io sono lì per studiare una beeeeellissima materia chiamata Strutture III (come se la I e la II non mi avessero già fracassato le palle) e ogni tanto ricevo un messaggio, alzo la testa in cerca degli occhi di un bonodidiodell’universomiodio (verdi-azzurri che non vi dico). Etero, ovviamente. Ma non mi scoraggio, Io sono altrettanto bello. Ecco, è il caso che chiuda il quaderno e torni a casa, inizio ad essere stanco (ho dormito 5 ore) e straparlo.
Caleidoscopic